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08/11/2021

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Benvenuti alla casachiesa

Una comunità di Facen di Pedavena (BL) che si occupa di ragazzi in difficoltà e di persone con disabilità è anche il cuore di una delle più interessanti e innovative esperienze in seno alla Chiesa. Ecco perché sant’Antonio berrà un caffè con loro.

dal Messaggero di Sant'Antonio

05 Novembre 2021 | di Giulia Cananzi

L’esperienza della casachiesa o la chiesacasa aperta a Facen di Pedavena alle porte di Feltre (BL) durante il lockdown – e ancor oggi in corso – sarebbe piaciuta a sant’Antonio. Come molti viandanti di oggi, vi sarebbe entrato scoprendovi un mondo. Nel tabernacolo di questa chiesa-oratorio dedicata al patrono san Francesco Saverio, c’è il Santissimo che tutto irradia. In un angolo c’è la «cucina», dove si può gustare un «cafffè» con tre effe – buono e giusto, scelto da un’ampia selezione di caffè equo e solidale – e una profumata fetta di dolce, fatta dai detenuti del carcere Due Palazzi di Padova. C’è poi lo «studio», con tanto di computer per lo smart working e la biblioteca. E per i più esigenti ecco l’armadio delle stole, che custodisce una collezione di ben cento paramenti appartenuti a santi, vescovi, Papi e illuminati sacerdoti, da don Milani ad Antonio Riboldi, da Leopoldo Mandić a Giovanni XXIII, da Hélder Câmara a David Maria Turoldo, da Albino Luciani a papa Francesco.

Un viaggio nell’umanità, nella Chiesa e nel mondo, racchiuso in un luogo in apparenza sperduto, a mezza collina, nella diocesi di Feltre e Belluno, oggi meta di turisti ma anche di sacerdoti, incuriositi dall’esperimento di una Chiesa che si rinnova. Un luogo d’incontro che è anche un luogo dei segni, dove le cose parlano di Dio e degli uomini in un mix da capogiro. «I sogni sono così, senza limiti e senza confini» ride Aldo Bertelle, ideatore della strana casa e direttore della Comunità Villa san Francesco per ragazzi in difficoltà, realtà nata in seno al Cif (Centro italiano femminile) di Venezia nel 1948 e che ha gemmato in oltre 70 anni di vita altri «boccioli» di bene: tra questi, la cooperativa Arcobaleno che accoglie persone con disabilità mentale.

Ma c’è anche il più visionario museo che ci sia, il Museo dei Sogni, della Memoria, della Coscienza e dei Presepi, dove trovi l’inimmaginabile: un pezzo del muro di Berlino, un frammento di tegola di Hiroshima, i sassi dell’11 settembre ma anche le macerie della scuola di San Giuliano di Puglia, dove morirono 27 bambini e una maestra. E c’è anche un mappamondo di vetro che contiene, mischiate, le terre dei 199 Paesi del mondo. Accoglienza, condivisione, solidarietà, ascolto, memoria e futuro. Ancora una volta, un mix da capogiro.

È qui che sant’Antonio si fermerà durante il suo viaggio ideale per l’Italia che stiamo seguendo da inizio anno, lasciando un segno concreto: un’offerta da destinare ai ragazzi della Comunità Villa san Francesco e della cooperativa Arcobaleno, dopo mesi di difficoltà umane ed economiche, dovute alla pandemia. Una realtà di bene, piccola, locale, che ha però la capacità di aprirsi al mondo in modo profetico. Una scelta provvidenziale, che segna anche un passaggio nel percorso di sant’Antonio, da naufrago a frate sperduto per l’Italia, a cittadino del mondo. «Quando l’ho saputo mi sono emozionato – afferma Bertelle –. Credo che l’idea di far camminare sant’Antonio per le strade d’Italia e farlo fermare nelle realtà che s’impegnano a favore delle persone in difficoltà e delle comunità sia un bellissimo segno».

E Bertelle di segni se ne intende, visto che nella sua comunità tutto ciò che succede è vita condivisa: «I ragazzi della comunità, anche quelli con più difficoltà, accolgono i visitatori del Museo dei sogni o le persone che vengono nella casachiesa». La Parola si fa segno, il segno si fa Parola. «Se ami la Chiesa – conclude – devi sperimentare, devi osare. Non devi arrenderti alle chiese vuote. E se osi e cerchi di volare alto anche i giovani ti seguono». Vangelo e carità, le due parole al cuore del carisma di sant’Antonio vivono già in questa realtà. Preparate un caffè con «tre effe», sant’Antonio sta per arrivare.

Mattone del mondo

dall'Osservatore Romano del 25 ottobre 2021

di ALVISE SPERANDIO

Un mattone di vetro, con dentro un pugno di terra proveniente da 199 Paesi del mondo, come simbolo della comune origine e appartenenza dell’umanità. È quello che il 13 settembre scorso è stato deposto a Canicattì, in provincia di Agrigento, sulla tomba di Rosario Livatino, il “giudice ragazzino” assassinato dalla mafia il 21 settembre 1990, beatificato il 9 maggio di quest’anno e venerato dalla Chiesa come martire. A portarlo fino a lì è stata la staffetta ciclistica che ha attraversato l’Italia in 19 tappe per 1.500 chilometri: partita da Feltre, in provincia di Belluno, è arrivata a destinazione passando per Venezia, Ravenna, Assisi,Roma e, poi ancora, per la costa tirrenica meridionale, Messina e Catania. L’iniziativa è stata realizzata dalla comunità per minori disagiati e disabili Villa San Francesco di Facen di Pedavena con il suo Museo dei sogni, della memoria, della coscienza e dei presepi, ospitato a Casonetto Calcin in una vecchia fattoria didattica, un tempo luogo di cura della locale azienda sanitaria. Qui ha sede la cooperativa sociale Arcobaleno ’86 onlus creata per dare un futuro di dignità e autonomia a questi ragazzi.

Il progetto del mattone ebbe inizio nel 1998, anno di nascita del museo e cinquantesimo anniversario di fondazione della comunità. Voluta nel dopoguerra dal Centro italiano femminile di Venezia, con Maria Monico in testa, fu poi negli anni tanto amata e sostenuta in particolare dal segretario personale di Papa Giovanni XXIII, il cardinale Loris Capovilla, dal patriarca di Venezia, cardinale Marco Cé, e dal vescovo di Acerra Antonio Riboldi. Oggi la comunità accoglie ventidue ragazzi (oltre quattromila quelli passati sin dall’inizio), la cooperativa altri otto. «Il nostro servizio si svolge nel campo dell’educazione e ogni anno ci diamo un tema. Quella volta fu: “Spendi la vita e coltiva i sogni”», racconta Aldo Bertelle, 68 anni,direttore da quando ne aveva appena 20. «Decidemmo così di chiedere a 199 Paesi, per via diplomatica, di farci avere un pugno di terra, come simbolo dei sogni del loro popolo. Da tre anni abbiamo avviato la “restituzione ”, già avvenuta nelle mani di ventisei rappresentanti di nazioni. Il primo è stato Papa Francesco. Ora siamo ripartiti dopo il blocco per il covid ed è stata la volta dell’Italia. La scelta è caduta sul giudice Livatino dopo un sondaggio che ha avuto 304 risposte e 164 possibili destinazioni, perché egli incarna una storia fatta di coraggio, dedizione, fede. Una persona credente e credibile». Un pensiero è stato rivolto anche al testimone oculare dell’agguato, avvenuto al chilometro 10 della statale per Agrigento, la cui vita è cambiata perché messo sotto scorta per paura di ritorsioni. In 23 anni al Museo sono stati raccolti più di ottocento pezzi di qualsiasi provenienza, per ricordare personalità ed eventi di valore. C’è, per esempio, parte di una tegola bombardata dagli americani a Hiroshima,di cui ne esiste solo un’altra al Palazzo di vetro delle Nazioni Unite. All’ingresso della struttura è esposto uno dei vagoni della morte usati per le deportazioni al campo di concentramento di Auschwitz, a monito presente e futuro di cosa fu l’olo causto. Una grande sezione, poi, è dedicata ai presepi: ce ne sono oltre duemila di 156 nazionalità diverse. Ne scaturisce una raccolta simbolica di vite ed esperienze, anche dolorose, ma significative, da cui trarre consapevolezza e insegnamento. «L’umanità — sottolinea Bertelle — pur divisa da realtà geografiche e contingenti diverse, condivide lo stesso destino. Il mattone sta lì a significare che tutto ciò che succede nel mondo ci tocca tutti. Rappresenta una mescolanza di identità che potranno essere ricondotte a comunione solo se saremo capaci di costruire ponti», sottolinea Bertelle. La lunga pedalata che, nel cuore dell’estate, ha unito le Prealpi alla Sicilia, è stata possibile grazie alla collaborazione col Centro sportivo italiano, il Centro italiano femminile, l’Associazione italiana arbitri e l’Azione cattolica. E ha assunto una valenza più ampia: «Per certi versi — conclude — è stata espressione di quella sinodalità “dal basso” che ci viene richiesta dal Santo Padre e su cui verte il sinodo. Un’altra opportunità per vivere, assieme, la condivisione».

QUELLA FEDE RADICATA NELLA TERRA

da Famiglia Cristiana del 21 novembre 2021

di ALBERTO LAGGIA

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